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Tour operator

A chiudere questa trilogica su Piero Costa, un ritratto di Cristoforo Colombo con il suo bel biglietto di viaggio. Per dove? Boh! Probabilmente vuole evitare altre figuracce nel tentativo di raggiungere le Indie, specialmente dopo che, sbarcato con la Santa Maria, un nativo centramericano gli ha detto: “No Alpitour? Ahi ahi ahi ahi!” e giustamente si fida più di una consolidata società del turismo che del suo senso dell’orientamento. In fondo è un essere umano come tutti. In ogni caso l’opera racchiude la fondamentale ermeneusi dell’uomo moderno, ormai delineabile come pacco postale alla mercè delle agenzie viaggi. Ma l’originalità del messaggio è sottolineare che l’uomo moderno non è in fondo così diverso dall’uomo di Colombo e dall’uovo di Colombo.

 

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La fucina di Vulcano visitata dalla finanza

         

Prosegue l’indagine monografica delle opere di Piero Costa. In questa l’autore, ispirato da Velasquez, fa piombare un gagliardo finanziere addirittura nell’antro di Efesto. Lo spettatore percepisce subito il disagio dell’olimpica divinità, costretta di qui a breve a tirar fuori tutte le fatture delle spade ed armature forgiate da tempi immemorabili. E le norme di sicurezza? Non vedo collaboratori dotati di casco nè di abiti conformi alla legge 626. Ne esce, letteralmente, un quadro impietoso del dio del fuoco, immortalato dalla mano poco discreta del pittore. L’ontologia dell’opera rivoluziona la poetica della caduta degli dei la cui causa risulta quindi essere la voracità esattoriale del moloch statale, nuovo mostro laico e bulimico che si pappa il Pantheon in un sol boccone.

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Venere e i guardoni

                                                          L’opera di Piero Costa non ha bisogno di molte spiegazioni. La genialità del pittore surrealista vive nell’intuizione di cogliere il rapporto tra classico e moderno. Il primo proteso alla celebrazione della bellezza. Il secondo volto alla contemplazione della stessa per mezzo degli omini con la bombetta di Magritte, stereotipi ideali della figura del maniaco tanto cara alla nostra società.

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E’ bello ciò che è bello

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E’ una fortuna che le persone che danno il nome a certe sindromi siano rispettabili. Tra queste Henri Beyle, detto Stendhal, il cui animo troppo sensibile alla bellezza lo portava a sentirsi male fisicamente e psicologicamente di fronte ai chef d’oeuvre, tanto da dare il nome a quella nota come Sindrome di Stendhal. Fosse capitato al mostro di Düsserldorf, sarebbe stato ridicolo. Invece, così battezzata assume un fascino particolare ed inspiegabile, e continua a mietere vittime (come il recente caso di una professoressa traumatizzata da un Canova). Si dice anche che di questa sindrome ne siano immuni i giapponesi, che notoriamente nelle loro visite europee di fronte ad un monumento famoso iniziano spesso a fare inutili foto e gridare come al cospetto di una rockstar, infischiandosene dell’arte. Ciò non fa loro onore. Non sembra quindi sconsiderato istituire una classifica di popolazioni inclini all’estetica. In cima gli italiani (soprattutto se si parla di estetica femminile) ed altri europei, in fondo il Sol Levante. In ogni caso questa manifestazione è la prova scientifica dell’assolutismo della Bellezza, de gustibus est disputandum. E dovrebbe far riflettere che la sindrome non ha mai colpito all’interno di un museo d’arte moderna.

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Il futurismo non è passato

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Zang zang drin driiin! Qualcuno inizia a suonare la sveglia dal torpore! Sveglia cuntadì! Che sia per mano di un futurista non c’è da stupirsi. E quanto più i sepolcri imbiancati dei nostri strani giorni gridano allo scandalo, come scolarette di fronte ad un topo, tanto più il gesto acquisisce le caratteristiche della genialità, in tutte le sue qualità e debolezze. C’è da confidare in un’emulazione selvaggia e tambureggiante in tutte le italiche città d’arte passatista. “Una macchia di colore vi tumulerà!”. Una rivoluzione artistica ed intellettuale scatenata dal nervo ottico, per scuotere animi inerti e occhi vitrei come merce esposta al mercato ittico. L’effetto dell’anestesia culturale iniettata decenni orsono esaurisce lentamente il suo effetto. Gli indecorosi e dozzinali spettacoli che lo StatoMadre ci propina, forse ora appaiono per quello che sono: “Quattro cortigiane, una vecchia gallinaccia ed un puffo. Questo è il cinema di Roma.”

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