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Dialogo della Natura e di un islandese

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Islandese. Þú getur nært og læknað.. Natura. Ehm..un attimo.. sei islandese, vero? Purtroppo non capisco bene la vostra.. ecco, si sta avviando il mio traduttore automatico… un secondo ancora.. acceso. Vai, spara! Islandese. Sono un povero Icelander, che vo che fuoriesce la natura; e rilocazione esso che quasi tutto il tempo della mia vita per cento si divide della terra, fuga per ora in esso persegue questo. Natura. Eh..?! Ah.. così fugge lo scoiattolo dal serpente a sonaglio, finché gli cade in gola da se medesimo. Io sono quella che tu fuggi. Islandese. Naturen? Natura. Non altri. Islandese. Me di dispiace allo spirito; e tengo per faccio ritardare che più grande disavventura di questo non potrebbe sopraggiungere a me. Natura. Non so se ho capito tutto. Comunque ben potevi pensare che io frequentassi specialmente queste parti; dove non ignori che si dimostra più che altrove la mia potenza. Ma che era che ti moveva a fuggirmi? Islandese. Della conoscenza, quello dentro nella prima gioventù, esperienze piccolo, ereditando per essere disposto e chiaramente della vanità della vita e fatuityen dei manes; quale disputa voi stessi sceglie continuamente altre perseguono gli acquisti degli intrattenimenti che non rendono felice e gli accessi che non giovano; [per cagionandosi scambievolmente per il sollecitudini di sopportando e, infiniti mali, il nocciono infiniti per il che affannano e in effetto] le carcasse buone delle carcasse di più va in strada dal successo, quanto molto più esperimenti esso. Per queste considerazioni riassegnate desiderio, ho considerato e non dare il mobbning chicchessia, non il procurando in lontano qualcosa attraverso dichiara, non il contendendo con altri non persegue buon fuori del mondo e vivere una nerezza – ed il resto vive; e privato delle speranze degli intrattenimenti, alcuni simili del negato che cosa al nostro articolo, me non ceppo del gambo l’altra cura che giudicare a me dal sufferingsna lungo per pesare.. Natura. Aspetta un minuto! Questo traduttore automatico mi dà qualche problema, non riesco proprio a seguire il filo del tuo discorso. Per ora ci rinuncio.. senti, facciamo che quando Bill Gates o chiperlui tirerà fuori un aggeggio decente potremo riprendere la nostra piacevole conversazione. Per il momento ti auguro un buon fine settimana e salutami tutti quelli che conosco.. ciao!

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Il girone dei NIMBY

Non tutti sono a conoscenza delle bozze della Divina Commedia. All’Alighieri l’editore aveva infatti fatto eliminare alcuni canti, considerati superflui ai fini commerciali dell’opera. Ripropongo un frammento di queste per la sua sconvolgente attualità. Nella prima stesura dell’Inferno Dante aveva inserito quelli che oggi sarebbero definiti colpiti dalla sindrome NIMBY (Not In My Backyard), sabotatori di qualsiasi opera di pubblica utilità, il cui contrappasso consiste in un’eternità dentro campane di vetro. Per qualsiasi eventuale richiesta di delucidazione, sono in grado di inserire nei commenti le note di Natalino Sapegno.

Ove lo duca mio gentil condusse,

 D’un tal bolgia d’anime penose,

 Loco mai pensavo or m’apparisse.

Bocche contrite, financo irose,

 Spalancano in dentro campane

 E prigion di vitro biliose.

Lo maestro disse: “Genti mondane

 Codeste che di ogne rifiutaron

 Nel loro giardin avesser di strane;

Mulin a vento, descariche reputaron

 Nemici lor, e pur sanza guadanio

 A popol nostrano danno causaron.”

Tra quegli l’Alfonso detto Scanio

 M’accorsi urlar con vuoto silenzio.

 “A che motivo è muto ‘l verde vanio?”

Diss’io, e ‘l duca: “Già schiamazzio

 E confusione, com’a Pianura,

 Fecer invece di pascere l’ozio.

Or son quivi in codesta calura

 In vetrose cupole dove gridare

 Ma non v’è suono pella clausura,

E sol qui non posson quest’ordo sfidare:

 Vuolsi così colà dove si puote

 Ciò che si vuole, e più non dimandare.”

 

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Il celebroleso

“Maledetto Sturm und Drang!”, inveiva Zimsterne nei confronti dei romantici. La eco di queste parole rimbombava nel salottino semi vuoto, dove un tempo giacevano libri antichi e mobili di valore. Dopo aver pignorato ogni suo avere, l’unica cosa che gli era rimasta era la statua equestre nel guardaroba che lo raffigurava mentre cadeva da cavallo. Non era in grado di affrontare questo penoso anonimato, lui da sempre abituato alla notorietà. Appena sedicenne (e già positivista), infatti, fece scalpore una sua raccolta di novelle che adattava le favole di Fedro agli elementi della tavola periodica. Presto divenne direttore del Die Grundsfachzeitschrift (per gli amici Grund), importante rivista scientifica e letteraria. Zimsterne la condusse ad una popolarità enorme, grazie alla pensata di offrire simpatici gadget ai lettori. La rubrica “Lettere al direttore” era tanto seguita che da quella nacque il modo di dire, ancora oggi diffuso, “lettere al direttore”. Nemmeno quando definì i borghesi “puzzolenti cimici” la sua popolarità scemò. La crisi avvenne quando l’irruenza tempestosa del romanticismo smembrò la fredda moda illuminista. Dall’oggi al domani, nessuno voleva più saperne della Dea Ragione, dei ragionieri e di Zimsterne. “Ma come fanno a bersi quel Goethe?!”, si lamentava con il nipotino di tre anni, “E’ lo scrittore più commerciale dai tempi della Comedia! Talmente piatto da piacere sia agli ex illuministi sia a quelle pastefrolle dei romantici!”. Le affinità elettive aveva fatto cancellare dalla mente del grande pubblico il ricordo della figura di Zimsterne, tanto da rendere impronunciabile il suo già difficile nome. E dire che un tempo tutti apprezzavano i suoi scritti, e veniva invitato tanto spesso a prendere un caffè nei più importanti salotti dell’epoca da diventare rapidamente nevrotico. Suo malgrado ora non poteva permettersi neanche di passare per una sala da thè e, per sedare la dipendenza da caffeina, è finito nelle mani di avidi strozzini che gli procuravano chicchi da sgranocchiare. Per lui il successo era stato disgraziatamente effimero, e gli aveva tolto gli strumenti per affrontare un’esistenza banale. Ironia della sorte, fu proprio lui, l’illuminista più famoso della Pomerania, a perdere il lume della ragione. “Maledetto Sturm und Drang!”, continuava a ripetere.

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I dolori del giovane Werthebra

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Com’è tragica e penosa la vita, mia dolce Carlotta! L’anima lotta costantemente contro il mio malandato fisico, ma cosa può fare contro la cervicale? Forse dovrei cercare di sostenerla sul campo di battaglia, almeno evitando di confondere gli antidolorifici con i lassativi. Che imbarazzo alla festa della contessa Fottemberg! Ancora mi duole pensare di essere stato io la causa di quel disastro nel suo delizioso bagno. Ma è duro questo scontro; il mio corpo tanto è straziato da acciacchi così inusuali per un ventenne, che ai sentimenti e alle passioni proprio non riesco abbandonarmi. Ti ho raccontato del mio dente rotto? Probabilmente già troppe volte. Come se non bastasse, nelle ultime settimane ho un costante prurito al palato che anche in pubblico mi obbliga ad emettere fastidiosi suoni gutturali, nel cercare di sedare il fastidio. L’ambasciatore ha pensato che ridessi di lui. La schiena è a pezzi, neanche il letto di marmo che ho comprato mi genera sollievo. Ogni volta che mi stendo, mi sento come un fachiro sui chiodi. Forse farò un viaggio in India per imparare i segreti del mestiere. Sabato la signorina B. mi ha fatto dono di una preziosa ed antica enciclopedia medica rilegata con pelle d’antilope. E’ proprio una cara donna, non fosse per quel suo alito pestilenziale. Probabilmente anche lei soffre di riflussi gastrici, ma io almeno uso le mentine! Sfogliando il tomo ho cercato di farmi una diagnosi. Hélas! Dai sintomi ho tutte le patologie della lettera G, più la balanopostite. Ne ho parlato con Gunther, il mio amico medico. Forse per tranquillizzarmi ha detto che invece soffro di un solo disturbo, una certa “ipocondria delirante”.

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“Pura Anarchia” – Woody Allen

Si capisce che il mondo della cultura in Italia è alla frutta dal momento che il celebre inserto domenicale del Sole24Ore ha pubblicato in anteprima alcuni racconti di “Pura Anarchia”, uscito il 28 agosto, che segna il ritorno di Woody Allen alla narrativa. Dove sono finiti i dibattiti letterari sugli ermetici? E le digressioni di Eva Cantarella sull’uso del pitale in Beozia? E le provocazioni di Emanuele Severino che vede in Platone un democristiano ante litteram? Queste sono cose serie! Fin da tenera età mi sono abituato negli anni a tali impegnative letture (dei titoli, oltre non mi sono mai spinto). Ora invece, una nuova raccolta di racconti modellati sul nonsense spazza via dal tavolo, come un raucio ben assestato, tutta questa intellighentia. Evidentemente stiamo vivendo una fase di transizione nella quale, dopo una costante assuefazione alle categorie gramsciane, spuntano nuovi e strani sistemi di pensiero. In questo solco, ad esempio, si inserisce la mania di non attribuire più le turbe psicologiche a personalità instabili, bensì ad un’eufemistica “intelligenza emotiva”. Per fortuna, l’intelligenza emotiva e creativa di Allen non è cambiata, nonostante abbia superato i 70 anni. Spesso ispirato da singolari fatti di cronaca, ogni racconto riesce a condensare in coerenti e parodistiche storielle elementi del tutto avulsi dal loro contesto originale, con effetti di grande comicità. E fin qui niente di nuovo, come del resto l’ottima capacità di sintesi letteraria dell’autore. Con la stessa agilità fa parlare Topolino come testimone di uno scottante processo Disney, descrive la crisi di una ricca famiglia alle prese con la pubblicazione delle memorie della tata, e discetta sul contributo dei più grandi filosofi del pensiero occidentale alla dietologia.

Si comprende l’insensatezza di considerare quest’opera assurda un tassello dell’alta cultura proprio in “Così mangiò Zarathustra”, dove è scritto che Kant “proponeva di fare l’ordinazione in modo tale che, se tutti avessero scelto la stessa pietanza, il mondo avrebbe rispettato la legge morale. Purtroppo Kant non aveva previsto un problema: se tutti ordinano il medesimo piatto, in cucina si bisticcerà per decidere a chi tocca l’ultimo branzino. – Ordina come se stessi ordinando per ogni essere umano della terra – raccomanda il filosofo prussiano; e se l’uomo accanto non mangia il guacamole? La verità è che, ovviamente, non esistono pietanze morali. A meno di non considerare le uova sode”. Celebrarlo così, perciò, è come insignire della Palma d’Oro Leslie Nielsen e David Zucker (cosa che in realtà auspico). Alcuni stimatissimi dotti,  medici e sapienti hanno addirittura cercato di seguire le sue orme, come Umberto Eco (“Diario minimo” e “Il secondo diario minimo”) o la “Satira preventiva” di Michele Serra su L’Espresso, con scarsa fortuna. Forse in Italia l’unico capace di tale operazione è il comico Gene Gnocchi.

In ogni caso, per i comuni mortali il genio tutto particolare di Allen (che francamente non riesco a considerare un intellettuale nonostante gli accattivanti occhiali) è esemplare nel mischiare serio e faceto (“Werfel circola in incognito,” spiegò Wunch, “perchè in città c’è Kafka, che vuole indietro l’unica copia del nuovo racconto capolavoro. L’ha prestato a Werfel, ma questi, a corto di coriandoli per una sfilata, si è visto costretto a farlo a quadratini”), a tutto discapito del serio, proprio come ci aveva abituato già nelle prime raccolte (“Come sbagliava Emily Dickinson! La speranza non è ‘la cosa con le piume’. La cosa con le piume è mio nipote. Bisogna proprio portarlo da uno specialista a Zurigo”). E’ dunque raccomandabile comprare il libro ma non chiamare l’autore “Maestro”, se non altro perchè in un’intervista Maurizio Costanzo gli si è rivolto proprio in questo modo.

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