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Dal big bang ai buchi nell’acqua

Pochi sanno e non vogliono ammetterlo. Fra pochi giorni si rischia di rimanerci tutti secchi, contemporaneamente e in un picosecondo. Altro che catastrofismo di Al Gore! Qualche masochista probabilmente inizia a salivare al pensiero di essere compresso nello spazio-tempo, ma i rischi che comporta l’esperimento al Cern di Ginevra dovrebbero far rabbrividire i sani di mente. In pratica vogliono sparare particelle ad una velocità sufficientemente alta da ottenere una quantità esagerata di energia quando esse collidono fra loro. Tanti piccoli big bang, con la possibilità che degenerino in pericolosi buchi neri. Ne hanno sempre da sbraitare e sbracare i disinformatori per eccellenza (grillo e marmaglia), ma quando si tratta di denunciare effettivamente un inquietante silenzio dei media essi tacciono. Non si può pretendere che un diplomato ragioniere che si fa scrivere i pezzi da uno scribacchino radical chic capisca di muoni e bosoni, e lo stesso vale per tutti gli altri giornalisti. L’omertà del mondo dell’informazione non è intenzionale, semplicemente non sanno in che consiste la faccenda. Piero Angela aiutaci almeno tu! Se i miei timori si riveleranno fondati, è difficile da verificare visto che tutto scomparirà. Nel caso invece la curiosità dell’uomo non ci costringa alla fine più ridicola fra gli esseri senzienti dell’universo, ci si rivede fra un mese.

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Quanti maltrattamenti

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Dove nasce il rapporto tra scienza e morale? Il Settecento ha prodotto la figura dello scienziato fedele servo della ragione. Il Novecento ha prodotto lo stereotipo dello scienziato buono, imprigionato da un cattivone, che vuole usare le sue invenzioni per distruggere tutto, ed immancabilmente liberato da James Bond. Le due facce della stessa medaglia: scienza fine a sè stessa, scienza fine alla fine del mondo. All’interno di questo continuum s’inseriscono gli scienziati sadici. Erwin Schroedinger era uno della cricca della fisica quantistica, che all’epoca stava alla fisica newtoniana come il charleston a Schubert. In nome dei quanta, il simpatico austriaco infilò nel 1935 un gatto in una scatola “infernale” che, a seconda della probabilità della disintegrazione di un atomo, avrebbe potuto avvelenare col cianuro il felino. Un pò come metterci dei petardi accesi e vedere se si inceppa prima la miccia o il micio. Quindi finchè non si sarebbe aperta la scatola il gatto era vivo e morto nello stesso istante. Immaginate il suo disagio. L’aver dichiarato che si trattasse semplicemente di un “esperimento mentale” permise a Schroedinger di non subire l’ira animalista dell’epoca. Purtroppo anche i fisici mentono. Recentemente, l’appartamento viennese del crudele scienziato è stato affittato da una signora, Hilda Fottemberg, che ha ritrovato nello scantinato diverse ricevute di cibo per gatti smentendo l’idealità del felino. L’ultima di queste è datata molti giorni prima della presentazione dell’esperimento. Dunque il micio, oltre ad essere reale, è stato a lungo tenuto a stecchetto per opinabili scopi scientifici. Nello scandalo generale la cinica comunità scientifica ha dichiarato: “Oltre a mostrare incompleto l’approccio classico della fisica quantistica quando deve descrivere sistemi fisici il cui livello subatomico interagisce con il livello macroscopico, il professor Schoredinger ci ha dato un’ulteriore lezione postuma. Le ricevute ritrovate infatti dimostrano che -aspettando un periodo sufficiente di tempo- il gatto sarebbe morto di fame”. La Kitekat ha annunciato azioni legali.

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E’ bello ciò che è bello

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E’ una fortuna che le persone che danno il nome a certe sindromi siano rispettabili. Tra queste Henri Beyle, detto Stendhal, il cui animo troppo sensibile alla bellezza lo portava a sentirsi male fisicamente e psicologicamente di fronte ai chef d’oeuvre, tanto da dare il nome a quella nota come Sindrome di Stendhal. Fosse capitato al mostro di Düsserldorf, sarebbe stato ridicolo. Invece, così battezzata assume un fascino particolare ed inspiegabile, e continua a mietere vittime (come il recente caso di una professoressa traumatizzata da un Canova). Si dice anche che di questa sindrome ne siano immuni i giapponesi, che notoriamente nelle loro visite europee di fronte ad un monumento famoso iniziano spesso a fare inutili foto e gridare come al cospetto di una rockstar, infischiandosene dell’arte. Ciò non fa loro onore. Non sembra quindi sconsiderato istituire una classifica di popolazioni inclini all’estetica. In cima gli italiani (soprattutto se si parla di estetica femminile) ed altri europei, in fondo il Sol Levante. In ogni caso questa manifestazione è la prova scientifica dell’assolutismo della Bellezza, de gustibus est disputandum. E dovrebbe far riflettere che la sindrome non ha mai colpito all’interno di un museo d’arte moderna.

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Il ciclo ideale di Carnot

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