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Uno sfortunato scrittore

       
 
Caro ribaltatore,
approfitto del tuo spazio per segnalare la pubblicazione dell’autobiografia postuma di un grande scrittore, che purtroppo ha sofferto (e soffre tutt’ora da morto) di una rara sindrome – dal nome impronunciabile – che lo costringeva ad arrivare tardi in qualsiasi circostanza. Questa sindrome è il principale motivo dell’uscita così postuma della sua autobiografia (è morto nel 1934). Di chi sto parlando, ti chiederai. Si tratta di un grande contemporaneo di Jules Verne: lo spagnolo Augusto Sabato. La sua carriera ha, suo malgrado, seguito le orme del geniale e visionario scrittore francese, i cui romanzi hanno sempre preceduto, anche se di poco, i grandi capolavori di Augusto: i nipoti del tenente Maquer, viaggio ai confini della foresta, quattro giorni in deltaplano, il giro dell’eurasia in 40 mesi.
I miei ossequi porgente
Lettera firmata
a
Grazie per la segnalazione. Ai lettori meno colti faccio notare che Verne in spagnolo significa Venerdì, costringendo così il Sabato ad arrivare sempre dopo, pur affrontando temi simili. Personalmente ricordo di Sabato solo un romanzo nel quale denunciava l’annegamento di tante giovani angolane per mano degli odiati portoghesi, “Ventimila negre sotto i mari”.

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Il celebroleso

“Maledetto Sturm und Drang!”, inveiva Zimsterne nei confronti dei romantici. La eco di queste parole rimbombava nel salottino semi vuoto, dove un tempo giacevano libri antichi e mobili di valore. Dopo aver pignorato ogni suo avere, l’unica cosa che gli era rimasta era la statua equestre nel guardaroba che lo raffigurava mentre cadeva da cavallo. Non era in grado di affrontare questo penoso anonimato, lui da sempre abituato alla notorietà. Appena sedicenne (e già positivista), infatti, fece scalpore una sua raccolta di novelle che adattava le favole di Fedro agli elementi della tavola periodica. Presto divenne direttore del Die Grundsfachzeitschrift (per gli amici Grund), importante rivista scientifica e letteraria. Zimsterne la condusse ad una popolarità enorme, grazie alla pensata di offrire simpatici gadget ai lettori. La rubrica “Lettere al direttore” era tanto seguita che da quella nacque il modo di dire, ancora oggi diffuso, “lettere al direttore”. Nemmeno quando definì i borghesi “puzzolenti cimici” la sua popolarità scemò. La crisi avvenne quando l’irruenza tempestosa del romanticismo smembrò la fredda moda illuminista. Dall’oggi al domani, nessuno voleva più saperne della Dea Ragione, dei ragionieri e di Zimsterne. “Ma come fanno a bersi quel Goethe?!”, si lamentava con il nipotino di tre anni, “E’ lo scrittore più commerciale dai tempi della Comedia! Talmente piatto da piacere sia agli ex illuministi sia a quelle pastefrolle dei romantici!”. Le affinità elettive aveva fatto cancellare dalla mente del grande pubblico il ricordo della figura di Zimsterne, tanto da rendere impronunciabile il suo già difficile nome. E dire che un tempo tutti apprezzavano i suoi scritti, e veniva invitato tanto spesso a prendere un caffè nei più importanti salotti dell’epoca da diventare rapidamente nevrotico. Suo malgrado ora non poteva permettersi neanche di passare per una sala da thè e, per sedare la dipendenza da caffeina, è finito nelle mani di avidi strozzini che gli procuravano chicchi da sgranocchiare. Per lui il successo era stato disgraziatamente effimero, e gli aveva tolto gli strumenti per affrontare un’esistenza banale. Ironia della sorte, fu proprio lui, l’illuminista più famoso della Pomerania, a perdere il lume della ragione. “Maledetto Sturm und Drang!”, continuava a ripetere.

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